Gino, Michele e Milano

in Interviste

Intervista pubblicata su Club Milano ad agosto 2013

Non siamo Milanesi ariùs

Siete una coppia artistico-autorale inossidabile, quando è scattato il 'colpo di fulmine'?

Michele: Si parla di più di cinquant'anni fa, Gino aveva un amico che suonava la chitarra  e avevamo deciso di mettere in piedi un gruppo di cabaret.

Una sera sono venuti a vedermi cantare e "pseudo recitare" all'interno di un altro gruppo di dilettanti e, poco tempo dopo, abbiamo dato vita a I Bachi da sera, gruppo che è durato circa quattro anni, raggiungendo il semiprofessionismo (sorride, NdR). Abbiamo suonato anche all'Osteria delle Dame, chiamati da Guccini.

Qual è il segreto della vostra alchimia?

M: Dopo tanto tempo è difficile da spiegare, è come chiedere a una coppia di anziani cos'è che li tiene insieme. Forse proprio il fatto che siamo molto diversi. In questi casi le conseguenze sono due: o non ci si frequenta per incompatibilità caratteriale o, se invece questo accade, si cercano di incastrare le caratteristiche positive dell'uno e dell'altro. Uno ha più fantasia e l'altro è più razionale, uno è più cauto e l'altro è più incosciente, uno è più estroverso, l'altro meno, ma la cosa bella è che queste caratteristiche si intercambiano tra noi a seconda delle situazioni e dei lavori. 

Gino: Ho letto di recente una battuta firmata da noi di cui mi ero totalmente dimenticato. Non ricordo nemmeno chi di noi l'ha scritta, ma diceva che la differenza tra di noi era che "Lui è un uomo di spettacolo, e io uno spettacolo d'uomo".

M: L'avrà fatta sicuramente lui, si vede quanto è orgoglioso di questa frase.

Da Drive in a Zelig, passando per Su la testa! con Paolo Rossi e non solo. Una carriera incredibile come autori, sorge spontaneo chiedervi se satira e comicità sono due facce della stessa medaglia...

G: Il discorso è molto complesso. La satira è una categoria della comicità. I più ritengono che la seconda, più popolare e rozza, sia un sottoprodotto della prima, considerando quest'ultima più nobile. In realtà per chi fa questo mestiere è vero esattamente il contrario: la comicità è arte, la satira invece è artigianato. Un po' come la differenza che c'è tra la tragedia e il dramma. La tragedia è immortale, il dramma invecchia. Se tu guardi un pezzo di Totò di cinquant'anni fa, ridi allora come adesso. Se guardi un pezzo di satira di cinque anni fa, per essere efficace non devono essere cambiate le situazioni e i personaggi. Anche se bisogna dire che in Italia le cose non sembrano cambiare con grande velocità. Questo è stato uno dei motivi per cui abbiamo deciso di dare un taglio alla satira e occuparci solo di comicità. Non ne potevamo più di scrivere le stesse cose. Gli unici che, ormai però vent'anni fa, hanno portato un po' di aria fresca alla satira sono stati Berlusconi e Bossi.

Com'è cambiata invece la comicità di oggi rispetto a quella degli anni Ottanta?

G: La comicità in realtà è molto legata al talento di chi la fa e quindi alle sue qualità comiche. Per cui è chiaro che un contemporaneo come Checco Zalone ha delle caratteristiche diverse, per esempio, dalla coppia Zuzzurro e Gaspare degli anni Ottanta. Sono le caratteristiche dei talenti a fare diversa la proposta comica. Per questo è molto più difficile fare i comici che non i satirici, perché la comicità finisce per confondersi e toccare sempre gli stessi argomenti. La moglie, la suocera, il dentista, il carrello del supermercato, etc. E allora riuscire a essere originali pur dovendo utilizzare degli ingredienti che hanno già sfruttato tutti è estremamente difficile e significa essere veramente artisti.

Siete due milanesi doc, avete conosciuto sia la "Milano da bere" che quella di oggi...

M: Milano, come tutta le grandi città, va a periodi, ha alti e bassi. Ma non è detto che i bassi siano per forza momenti totalmente negativi. Durante la "Milano da bere" c'erano anche delle grandissime avanguardie di spiccata intelligenza, che poi hanno condizionato il lavoro artistico di tutto il paese. Per esempio il teatro dell'Elfo era in quegli anni un luogo di grande fermento culturale e artistico. La "Milano da bere" non esiste più in questi termini: la città risente forse anche di quello che è più in generale l'Italia oggi, cioè un paese in cui non c'è più una determinata spinta e voglia di fare. Queste ti vengono quando hai lo spazio per muoverti e per crescere.

G: Io la ma molto. Poi è indubbio che ci sia da tempo una disattenzione verso tutto ciò che è cultura e arte. Milano, come qualcuno ha detto, è una città molto pragmatica e con la cultura non si mangia. Ma siamo sicuri di questo?

Se uno dice Zelig la prima cosa che viene in mente è Milano. Ormai il locale è uno dei simboli della città. Si può parlare di comicità milanese o è riduttivo?

M: La cultura comica a cui noi apparteniamo è una delle culture della città. Milano è l'unica realtà italiana che sta cercando di studiare da grande metropoli. Una grande metropoli per essere tale deve essere formata da un'immigrazione di razze che provengano da tutto il mondo e che si concentrano in quel dato luogo. Ci vuole una cultura dell'accoglienza, non soltanto fisica, ma anche culturale. Questo discorso vale anche per la nostra comicità. Quella che si fa a Milano non è una comicità chiusa come quella che si fa in altre città. A Napoli si ride solo dei napoletani, a Firenze si ride solo dei toscani. A Milano, da sempre, il cabaret ha un suo perché milanese, ma importa anche da tutta Italia. Questa caratteristica è solo nostra, ed è per questo che siamo così forti.

Rimanendo in città, qual è il vostro quartiere preferito?

G: Sicuramente la zona sud, sud-ovest, in cui ho passato tutta la mia vita.

M: Io sono cresciuto a Porta Vittoria. Sono convinto però che i milanesi storici considerano la Milano vera quella composta dei quartieri di Porta Vittoria, Romana, Ticinese, Venezia e Città Studi. Poi tutto quello che c'è al di là del centro, come zona Fiera, è anche bellissimo ma, come diceva mia nonna, era la parte di "milanes ariùs", dei milanesi ariosi, quelli che vengono da fuori.

Parliamo ora di una altro vostro successo, la Smemoranda, la cui paternità va condivisa con Nico Colonna. Per il 2014 sarà dedicata alla notte: "Se si usa di giorno sono le frasi scritte nella notte le più importanti"...

G: Bella questa frase, copiala (ride NdR). Capisci che quando arrivi alla trentaseiesima edizione è difficile trovare ogni anno un argomento innovativo o comunque che abbia un particolare valore. Ormai la scelta è spesso a metà strada tra il gioco e la fantasia.

Qual è la forza del successo di Smemoranda?

M: Dopo tutti questi anni, e grazie al successo che ha avuto, può scegliere i suoi collaboratori. Dallo sport alla musica, dalla scrittura alla comicità e all'arte, abbiamo l'imbarazzo della scelta. Questa è la sua vera fortuna. I nostri collaboratori-amici cercano sempre di dire qualcosa, di dare degli stimoli. Sono messaggi basilari per la crescita di un Paese in senso democratico, aperto e tollerante. La Smemo ci permette, insieme a Nico Colonna, di essere degli imprenditori, dei creativi e anche, passatemi il termine un po' brutto, degli educatori.

G: A proposito di stimoli, una cosa che vorrei segnalare è l'impatto zero di Smemoranda. Da ormai sette anni abbiamo piantato una vera e propria foresta: 120 mila alberi in territorio demaniale in prossimità di Milano. Magari ci copiassero in questo.

Cambiano i tempi, pensate che l'agenda cartacea verrà sostituita da quella digitale?

G&M: All'inizio lo temevamo, ora non più perché se ci pensi, solo teoricamente l'agenda cartacea è sostituibile. Anche perché il biglietto del tuo primo concerto, il mozzicone della tua prima sigaretta, il marchio delle labbra della prima ragazza che hai baciato non li puoi mettere nell'IPad. Noi confidiamo molto in questo: nel fatto che come archivio, come memoria adolescenziale di generazioni, Smemoranda sia insostituibile.