Richie Incognito Jersey Luciano Bianciardi

L'insospettabile milanesità di Luciano Bianciardi

in Scritti sparsi e articoli

L'insospettabile milanesità di Luciano Bianciardi

Intervento inviato al Convegno della Fondazione Luciano Bianciardi
Grosseto 14-15 novembre 2008
di Gino & Michele


Noi milanesi non ammettiamo quasi mai di amare Milano. Anzi, per lo più ne parliamo male, così come si pretende per certe grandi passioni che non si vogliono svelare. Ma a un milanese Milano è indispensabile come una malattia a cui ci si affeziona.
Già, ma chi sono i milanesi? Non certo quelli che vantano un pedigree di più generazioni, ormai ridotti al lumicino. I milanesi, come accade nel destino delle grandi aree urbane, sono coloro che per scelta o per necessità sono andati a popolare una metropoli ingigantendola e arricchendola di culture e linguaggi, non solo verbali, anche lontani.
I milanesi sono un popolo di ex emigranti, di immigrati di prima, di seconda, di terza generazione. Per questo, soprattutto, della loro città parlano male, in loro si avverte quasi un inconscio altrove d’origine, un luogo migliore – campagna, sud, est dell’Italia o del mondo – che è sempre meglio, magari per storia, certamente per natura, di quell’agglomerato di vita frettolosa, insalubre e molto contradditoria che è il capoluogo lombardo.
Luciano Bianciardi è stato tra questi milanesi non-milanesi il più arguto, sofisticato, brutale, profondo critico implacabile della città che abitava. I nostri antenati più prossimi chiamavano bonariamente questo genere di milanesi “ariosi” cioè quella parte di immigrati in cerca di spazi e fortuna, i pagnottanti. Gente prevalentemente colta o abile che intuiva che la nostra città poteva/doveva essere il luogo più propizio per la propria crescita culturale e affermazione economica.
Bianciardi arrivò in città in un momento entusiasmante e al contempo drammatico di Milano: il pre-boom e boom economico. Ne visse ai margini (ma non del tutto) quelle spinte, anche quegli entusiasmi, quelle enormi contraddizioni che la esaltarono ma nello stesso tempo la limitarono, incuneandola in una strada obbligata dalla quale Milano non è più riuscita ad affrancarsi.
Non sappiamo collocare (e sinceramente in questo contesto ma anche in assoluto ci interessa molto poco) Luciano Bianciardi in una specifica area di pensiero ideologico. Anarchico, forse; anarchista, più probabilmente. O molto più semplicemente, e a noi piace così, lucido disadattato e vivace ribelle a quel nuovo che avanzando in modo disordinato spegneva sul nascere gli entusiasmi delle menti più scettiche e tormentate come la sua. E irresistibile quanto pressante “provocatore”.
C’è una straordinaria leggenda metropolitana sul conto dell’intellettuale Bianciardi inserito nelle grandi contraddizioni che la Milano del dopoguerra viveva tra nuovo capitalismo e nuova coscienza politica. Redattore e consulente di prima grandezza di una formidabile casa editrice della città, l’insofferente quanto geniale giovane Luciano, figlio di Maremma, partecipava ai summit editoriali indossando abiti dimessi e forse anche un po’ volutamente “rivoluzionari”. Un giorno entra l’editore, che era anche la proprietà, con un perfetto cappotto cammello che appende all’attaccapanni. L’uomo, intellettuale e imprenditore di sinistra e ideologicamente molto collocato, parte con una dissertazione sulla necessità di stringere i tempi del processo rivoluzionario, sostenendo più o meno che la parità dei diritti era prossima e l’uguaglianza necessaria. Termina il cappello politico e sta per iniziare la riunione vera e propria. Bianciardi si alza, si dirige verso l’attaccapanni, infila il lussuoso cappotto dell’editore e se ne esce sottolineando che il processo egualitario è iniziato. Da quel giorno quel cappotto cammello fu uno dei marchi inseparabili di Bianciardi. Provocatore, d’accordo, ma molto di più, naturalmente.
Sempre in bilico tra la critica profonda della micro e della macro realtà che lo circondava e il rigore dell’intellettuale in cerca di nuovi entusiasmi anche professionali, Bianciardi ci ha regalato e continuerà a regalare in futuro a quella Milano che lo ha accolto e respinto, ricambiata della stessa moneta, la più lucida delle analisi critiche che mai siano state fatte di questa città. Non è stato il solo nella storia di Milano: per uno Stendhal particolarmente benevolo ci fu ad esempio un Foscolo asperrimo che dipingeva i milanesi come gente dal “cuore castrato e grasso” e con “fibre del cervello cornee”. Eppure Foscolo, come Stendhal e come lo stesso Bianciardi vissero Milano a sprazzi ma sempre intensamente ne furono protagonisti a volte esaltanti, a volte distratti. Tutti sono appartenuti alla grande schiera di coloro che hanno contribuito, nelle sfaccettature più variegate, alla crescita e alla Cultura delle culture di questa città.
Non siamo del tutto d’accordo con coloro che dipingono Luciano Bianciardi principalmente come uno dei grandi detrattori tout court di Milano. La sua raffinata sensibilità lo eleva di grado. Chi si limita a denigrare spesso demonizza e impone. Il pensiero negativo a prescindere, previsto dalle critiche senza via di scampo, depaupera ogni cultura, sovrasta senza anima. Ben più alta è stata la critica di Luciano Bianciardi a una città emblema di un nuovo sistema. Troviamo dei passi nella letteratura bianciardiana anche molto piatti e diretti, ma crediamo siano in minoranza. Per esempio in questa lettera in cui dice a un amico: “I milanesi, credimi, sono coglioni come poca gente al mondo. La gente qui è allineata, coperta e bacchettata dal capitale nordico, e cammina sulla rotaia, inquadrata e rigida e non se ne lamentano, anzi credono di essere contenti”. Ben più alti, ironici, premonitori e tutto sommato “aperti” sono i tanti scritti di questo grande Maestro su quel mondo che lo respingeva ma che crediamo in fondo lo attraeva fino a consumarlo anche fisicamente. Basti pensare alla descrizione del bottegone; chi come noi lesse quelle pagine in prima gioventù se le è portate dentro per tutta la vita. Ancora ci è difficile nella nostra “quotidianità scandita a settimane” non ricordarcene quando ci rechiamo a fare la spesa negli Iper che dell’antesignano bottegone rappresentano lo sviluppo estremo fino a quasi diventarne l’antitesi. In questi quarant’anni i supermercati hanno quasi doppiato loro stessi in un incredibile salto mortale… Oggi è forse più umano avere civilmente a che fare con una cassiera in un centro commerciale che essere serviti dal panettiere “Non solo pizza” che hai sotto casa…
Ma pensare anche alla descrizione della Milano frettolosa dei tram e delle segretarie perfette che parlano con le vocali aperte e che coltivano il loro microscopico potere leccando francobolli. Fino addirittura alle analisi argute del linguaggio parlato in un geniale scritto da Rapallo per L’Europeo del ’66. Bianciardi se ne esce con delle sottilissime intuizioni semantiche, là dove ad esempio fa il verso ai milanesi che dicono paletò invece di cappotto, o aver premura col significato di non aver tempo ma con la sottile inconscia temuta presenza di qualcuno che preme alle spalle. La vita? il successo? i soldi?, ci chiediamo noi. Una città – dice – dove il bigliettaio invita a portarsi avanti perché chi sale preme. “Ma tutta quanta la città premeva: dentro gli uffici, all’ingresso del cinema, dentro i ristoranti, anche l’aria premeva, era tesa, vibrante, un poco febbricitante, come certe influenzette di mezza stagione che smuovono il sangue e non danno tregua, e tu ti senti stanco senza aver mosso paglia.” Milano per Bianciardi non sopporta le cose piccole. “Chiedi un etto di formaggio e te ne danno due. Lascio? Ma senz’altro, ci mancherebbe…”. E ancora, quando nello stesso articolo descrive le differenze tra Milano e la sua Maremma, là dove i toscani coltivavano ancora i culto dei morti mentre a Milano i funerali “erano più o meno dei rapidi traslochi dall’abitazione dell’estinto all’estrema dimora”. A Milano bisogna star bene, esser in forma: “Come va? Ti trovo bene.” Ottimismo obbligato. Bisogna essere sani per poter lavorare e “Buon lavoro” è la migliore forma di saluto.
Ci rendiamo conto che le citazioni, per quanto possano essere godibili perché riportano alla consapevolezza delle sensibilità contagiose di questo grande scrittore, sono però poca cosa, anche riduttive e fuorvianti, soprattutto rispetto a ciò che intendiamo trasmettere con questo intervento. E cioè che il pagnottante Luciano Bianciardi, così autoesclusosi da Milano da divenirne uno dei simboli, fa parte integrante e profonda della storia della nostra città. Il suo contributo critico non ha limitato il ruolo primario anche culturale che Milano detiene nel paese, ma anzi ne ha arricchito la crescita. Può sembrare un controsenso ma questa grande metropoli provinciale, piena di contraddizioni e di paura di guardarsi dentro, anche grazie a grandi suoi “forzati abitatori” come Luciano Bianciardi può sforzarsi oggi con maggior lucidità nel cercare se stessa e finalmente darsi un’identità. Si tratta naturalmente di un’ identità sempre in movimento, come è d’obbligo per ogni coacervo di culture.
Occorre che Milano abbia finalmente il coraggio di prendere e restituire con maggior consapevolezza, cosa che ha fatto spesso male e balbettando, ciò che la sua variegata popolazione le offre. Milano ha l’obbligo di distribuire ai propri cittadini, ma anche al mondo, non solo brand, immagini sofisticate, aritmetiche borsistiche, luoghi comuni calcistici o vinciani, ma prima di tutto la dignità di una grande cultura consapevole del proprio essere composita. Ci piacerebbe pensare che Bianciardi una volta tanto si sbagliasse quando scriveva che: “ A Milano, ogni 100 anni, per 5 giornate si fa una rivoluzione. Poi la mettono al museo.“