Và pensiero

Televisione

Scheda tecnica 

VA’ PENSIERO

1987-89
Raitre
Talk show
Ideato e condotto da: Andrea Barbato
Scritto (nell’arco delle due edizioni) da: Andrea Barbato con Aldo Zappalà.
E con la collaborazione di: Oliviero Beha e Galeazzo Benti, Gino & Michele (per una sola edizione)
Altri conduttori oltre a Barbato: Oliviero Beha, Galeazzo Benti, Emanuela Giordano, Paolo Hendel, Piero Chiambretti, Tatti Sanguineti, Nino Marino
Regia di: Patrizia Belli


Descrizione

 

“Annunciato dal celebre coro del Nabucco di Verdi, il talk show domenicale di Raitre prende il via all’ombra dei contenitori di Raiuno e Canale 5 e, indifferente alle logiche dell’auditel, propone un programma all’insegna dell’informale e dell’ironia, individuando nei ‘profughi’ delle altre reti il proprio pubblico di riferimento.

Una scenografia sobria ed essenziale esplicita l’intenzione di evitare gli stereotipi e i cliché del tradizionale show festivo, per offrire, come afferma nell’esordio il conduttore Andrea Barbato, ‘una trasmissione facoltativa come l’ora di religione, non è materia d’esame ed è senza fustini’. […]

L’ascolto medio della prima edizione si assesta sui 626.000 spettatori (con uno share del 5,25%), mentre la seconda registra una media di 706.000 presenze (con uno share del 6,29%).

Nonostante gli ascolti contenuti (previsti dallo stesso Barbato), Va’ pensiero raccoglie un vasto consenso della critica e di quella parte di pubblico insofferente degli sfarzi chiassosi e frenetici degli show tradizionali.

(Aldo Grasso, Op. cit.)

 

Recensioni 

Walter Veltroni
da I programmi che hanno cambiato l’Italia
Quarant’anni di televisione
(Feltrinelli, 1992)

VA' PENSIERO


“L'uomo ha accelerato il ritmo della vita solo per diventare meno paziente. Si è maggiormente organizzato, ma è diventato meno spontaneo e meno gioioso."

Così parla della moderna concezione del tempo uno dei massimi studiosi del rapporto tra progresso e ritmi naturali: Jeremy Rifkin.

In effetti tutto ci racconta di un mondo sincopato, tanto veloce da essere incapace, con lo sguardo, di percepire il paesaggio, con i suoi scenari e i suoi particolari. Un mondo rapido e cieco, "organizzato", ma "meno spontaneo, meno gioioso".

Chi avverte questo pericolo, chi teme il consumo del tempo non può non amare Andrea Barbato. Barbato è l'altra faccia della televisione: o meglio, il suo altro tempo. Tanto diventano frenetici i ritmi televisivi che devono concentrare appeal nei "nano secondi" del nevrotico passaggio del telecomando, tanto Barbato rompe lo schema, sfidando esplicitamente il ticchettio dei contatori Auditel e le conseguenti classifiche dei buoni e dei cattivi. Il tempo televisivo di Barbato non è un problema di tempo. Nei pochi minuti di una "Cartolina" la sua scrittura, il suo tono di voce, la sua espressione, convincono più di un giornale intero. Aiutano lo spettatore, che è il suo vero destinatario, ad arrabbiarsi, ma non tanto; a sorridere, ma non tanto; a schierarsi, ma non tanto. Nelle lunghe ore di una domenica televisiva Barbato privilegia il contenuto sulla forma, le cose dette sul modo della loro espressione, il sorriso sulla risata, il disagio sulla protesta. Va' pensiero, ad esempio. Dai pon-pon, i clamori, gli applausi di Domenica In, solo un pulsare di telecomando separava l'isola intensa e tranquilla di Va' pensiero. Nessun affanno, nessuna banalità. Non era banale il "Videobox", né il "Tele tango", né il "Minuto religioso" di Paolo Hendel. La stupidità dei contemporanei ha portato molti a prendersela con quei sipari giudicati irriverenti. I socialisti si arrabbiarono perché Vincino li rappresentò svelti di mano e i democristiani perché Hendel, con il suo abito talare, raccontò una parabola sulla singolare eccessiva permanenza di Gesù Bambino nella stanza da bagno e la conseguente preoccupazione della Madonna. Ma non erano quelli i messaggi eversivi. Eversiva, nel senso di "altra" rispetto allo spirito del tempo, è la struttura televisiva che quei frammenti racchiudeva.

Laddove dominava la melassa rassicurante Barbato coltivava le ragioni del dubbio e della ricerca; laddove tutto veniva spezzettato, problemi e certezze, Barbato ricuciva per trovare la natura e la causa delle cose e delle idee. Non sembri troppo, non lo è. A Barbato dobbiamo un'isola di intelligenza, nel paesaggio televisivo. I suoi programmi danno allo spettatore reduce da una "passata" di telecomando la rassicurante sensazione che fornisce il ritrovarsi in una casa calda dopo una corsa sotto una pioggia battente e cattiva. Barbato non vive nell'ossessione dell'auditel ma, credo, sia felice che altri lo facciano. La televisione deve avere alti e bassi, pieni e vuoti così di contenuti come di quantità di ascoltatori. La Tv pedagogica e di élite o quella di assalto valgono come pezzi, non come intero o, peggio, come modello.

L'assenza della "magnifica ossessione" dell'ascolto ha consentito a Barbato di rischiare, di cercare, di sperimentare. Così è emerso Piero Chiambretti, un piccolo diavolo piemontese, con un enorme divano pacchiano e una comicità surreale, di stampo "marxista", nel senso di Groucho. E così si è anche dimostrato che può suscitare interesse il solo guardare uomini che guardano. Guardano, privilegiati, partite di calcio che descrivono con ironia e semplicità. Lo facevano, i fortunati ospiti, guidati dalla durezza e dal senso dell'umorismo di Oliviero Beha. Erano straordinari i suoi monologhi e la fisicità del suo humour nero. Ma la trasmissione era piena di idee, talenti, scoperte e riscoperte: da Emanuela Giordano all'angolo della memoria di Galeazzo Benti, dai doppiaggi irriverenti di Pangallo che faceva parlare in toscano James Bond e Gorbaciov, ai pupazzi di gomma dei politici.

Era televisione. Piccola, bella, intelligente.