Drive In

Scheda tecnica

Drive In

1983-1988 (Gino & Michele coautori dal 1985)
Italia 1
Varietà comico
Ideato da: Antonio Ricci 
Scritto da: Antonio Ricci con Lorenzo Beccati e con (nell’arco di tutte le edizioni) Gino & Michele, Max Greggio, Matteo Molinari, Gialappa’s Band, Ellekappa, Gennaro Ventimiglia, Aldo Rami, Franco Mercuri, Adriano Bonfanti, Silver e Castelli, Bruno D’Alfonso, Stefano Caviglia, Sandro Piccardo, Giorgio Cavallo, Emilio Isca, Bernardino Manetta, Origone & Profumo
Cast (nell’arco di tutte le edizioni): Gianfranco D’Angelo, Ezio Greggio, Enrico Beruschi, Enzo Braschi, Giorgio Faletti, Sergio Vastano, Zuzzurro e Gaspare, Francesco Salvi, I Trettrè, Massimo Boldi, Teo Teocoli, I Gatti di Vicolo Miracoli, Carlo Pistarino, La Carovana, Gemelli Ruggeri, Syusy Blady, Patrizio Roversi, Vito, Gli Specchio, Luciana Turina, Caterina Sylos Labini, Carmen Russo, Lory Del Santo, Eva Grimaldi, Nadia Cassini, Tinì Cansino, Margherita Fumero, Ambra Orfei, Malandrino e Veronica, Johara, le Fast-food, eccetera
Regia di: Giancarlo Nicotra (1983), Beppe Recchia (1984-1988)


 

Descrizione 


"Programma paradigmatico della Fininvest anni ’80, Drive in è il primo varietà al tempo del telecomando, cioè il primo ad avere un ritmo superiore al tempo di attenzione del telespettatore. […]

Fenomeno televisivo, Drive in è caratterizzato da un mix di satira, barzellette a doppiosenso, parodie kitschissime, risate false, tormentoni usa e getta e procaci soubrette che disegnano un affresco iper-realistico dell’Italia da bere degli anni ’80. Provato, registrato e montato, il varietà propone quaranta situazioni comiche a puntata, dalla gag di venti secondi ai sei minuti di parodia della telenovela di turno, attingendo da giornalismo, tv, moda sport, spettacolo e politica. Il tutto scandito dalle interruzioni pubblicitarie.

Partito con un ascolto di 4 milioni, il gradimento è cresciuto di anno in anno, toccando i 10 milioni di telespettatori nell’ultima edizione del 1988. Con il 32% di share, resta il programma più visto di Italia 1."(J. Baroni, Dizionario della televisione, Raffaello Cortina Editore, 2005)

 

“Uno studio gremito di prosperose ragazze fast-food, auto e un pubblico giovane dalla risata preconfezionata fa da sfondo a una satira spesso pungente e mordace. […] L’eccesso è il segno dominante di questa comicità che importa dall’ America lo humour demenziale riproponendolo in versione nostrana. Il ritmo è scandito dagli spazi pubblicitari, di cui il programma mostra di saper far propria la frenesia, l’immediatezza, l’efficacia nel captare l’attenzione. […] E’ stato sicuramente il varietà più popolare della Fininvest e di tutti gli anni ’80, la trasmissione che è riuscita a interpretare con maggior intelligenza il peso dell’interruzione pubblicitaria. […]

E’ stato il varietà che ha percorso fino in fondo la strada della ricerca e dell’innovazione tracciata da Enzo Trapani. Da allora si è iniziato a discutere della morte del varietà.” (Aldo Grasso, Op, cit.).

NdrG&M approdarono a Drive in qualche mese dopo l’arrivo a Fininvest di Recchia, chiamato dall’attento Ricci perché si occupasse della regia della sua nuova trasmissione. G&M entrarono a far parte di un manipolo di autori, sia partecipando alla costruzione e sistemazione collettiva dei testi coordinata dallo stesso Ricci e da Lorenzo Beccati, sia seguendo in primis rubriche specifiche legate soprattutto alla satira di costume (ad es. i falsi notiziari con abbinamenti e montaggi di immagini di repertorio, la parodia di Quark, ecc).

 

Recensioni 

Walter Veltroni da
I programmi che hanno cambiato l’Italia

Quarant’anni di televisione
(Feltrinelli, 1992)
 
 
DRIVE IN
ASCOLTO MEDIO
 
1983
autunno 4.931.000 spettatori
1984
primavera 4.193.000 spettatori
autunno 4.892.000 spettatori
1985
primavera 6.558.000 spettatori
(Istel)
 
1987
primavera 6.600.000
autunno 6.823.000 spettatori
1988
primavera 3.319.000 spettatori
(Auditel)
 
Confesso che ho peccato. Mi sono interrogato se dire a me stesso una tremenda, amara verità. So che mi costerà l'emarginazione dagli amici, il sospetto di zdanovismo, il rimprovero di essere un moderato, un conservatore, un reazionario, forse anche un comunista. lo Drive in non l'ho mai capito. Mi sono sfuggite la prima, la seconda, la terza lettura. Ho temuto, a un certo punto, di essere un po' scemo. Ho anche guardato molti film di Alvaro Vitali alla ricerca della sua poeticità. Non l'ho trovata. Ho cercato, ricercato. Ma non l'ho trovata. Così mi è successo per Drive in. Dichiaro di non essere prevenuto. Ho molto amato Antonio Ricci, che considero uno dei massimi creatori dell'unica cosa sopportabile della televisione di Berlusconi. Mi piaceva molto la più surreale delle Striscia la notizia, mi sono divertito con Paperissima, ho persino apprezzato Lupo solitario. Drive in no. Capisco che è stato il primo grande varietà del tempo del telecomando, che la novità era la frenetica scansione del tempo, che alcuni personaggi erano simpatici (Faletti, Vastano), che l'ambientazione americana era suggestiva. Ho visto il nuovo ma non mi è sembrato moderno.
Nel ripensare a Drive in, ho l'impressione di un gran casino. Non disordine, casino. E di un gran posticcio.
Troppe risate false, troppe comiche di Benny Hill. Tutto troppo provato, montato, registrato. Ha scritto giustamente Aldo Grasso, che pure ama Drive in: "la possibilità di costruire un programma a tasselli concepito per avvicinarsi sempre più alla cadenza e alla capacità di sintesi della comunicazione pubblicitaria dello spot resta il più significativo elemento di continuità dall'inizio dell'esperienza del programma".
Forse è questo che non ho amato. La tendenziale indistinguibilità tra la trasmissione e la sua interruzione, la tensione del "soggetto" programma, cito ancora Grasso, ad adeguarsi "al ritmo della scansione imposta dagli stacchi pubblicitari". Dunque lo spot non è più la necessaria frattura del tempo proprio del programma televisivo ma il "modello" a cui ispirarsi alla ricerca di un'omologazione. Un modo geniale, se concepito dai teorici della sabbia nell'ingranaggio del capitale, per distruggere, divorandola, la pubblicità o, anche, però, un modo altrettanto geniale per dissolvere la televisione. Da Drive in, non dimentichiamolo, è nato un genere di comicità che ha prodotto programmi pessimi e film orripilanti. Tuttavia Drive in ebbe un grande merito, dimostrando che la satira era diventata talmente adulta da farsi “programma”. Poco importa che si sbertucciasse più Pippo e Katia dei potenti veri. Il pregio di Drive in è stato lanciare un modello che è divenuto la fonte della buona televisione di Ricci.
Ora quella squadra, una specie di "enclave" albanese in terra di Berlusconi, è un motore reale di una televisione intelligente e divertente.

Da lì sono nati anche Zuzzurro e Gaspare, due autentici geni. Questo è il merito principale di Drive in, figlio di Non Stop, padre di Emilio. Per la serie: "Non tutti i mali vengono per nuocere".

 

Recensioni 

Giovanni Raboni
Meglio una risata da impiegatuccio
Europeo, 9/11/1985

 

Che fortuna! Ancora intenti a smaltire il loro entusiasmo per Quelli della notte, o a tramutarlo (anche questo ci è toccato vedere) in accorata, struggente nostalgia, gli intellettuali italiani continuano - con pochissime eccezioni che mi guarderò bene dal denunciare - a ignorare Drive In, lo spettacolo di varietà in onda ogni domenica su Italia 1.

Come è noto, gli intellettuali, che sono costituzionalmente dei piccoli snob, tendono a fare e pensare tutti le stesse cose nello stesso momento, a differenza dei grandi snob che tendono, non meno costituzionalmente, a fare cose diverse l'uno dall'altro e, innanzitutto, a non fare le cose che fanno i piccoli snob. Ma attenzione! Guai se i piccoli snob se ne accorgono, perché comincia, allora, una sorta di corsa a inseguimento non meno sregolata e affannosa di quella descritta da Lewis Carroll nell'immortale Alice ...

Comunque sia, credo proprio (per questo ho parlato di fortuna) che alla disattenzione degli intellettuali e, quindi, al quasi totale silenzio stampa nei confronti di Drive In si debba, almeno in parte, il fatto che questa trasmissione continui a essere la più alacre, intelligente e godibile che, nel genere, si possa vedere sui teleschermi. Sapendo di non essere stati adottati da nessun «opinion maker», sapendo che le loro battute non corrono nei salotti o sui giornali, ma soltanto (posso garantirlo) in negozi, autobus e banche, i nostri bravi Gianfranco D'Angelo, Ezio Greggio, Enrico Beruschi eccetera continuano a rimboccarsi le maniche, a studiare effetti e battute, a giocare con puntiglio sulla velocità, la precisione e la sorpresa, insomma a comportarsi, anziché da dilettanti ispirati e geniali, da onesti e volonterosi professionisti. Il consenso dei non intellettuali (impiegati, artigiani o che si tratti, semplicemente, negozianti che siano) non lo si ottiene una volta per tutte, bisogna guadagnarselo ogni volta da capo. Ed è, mi sembra, quello che cercano di fare, con risultati spesso efficaci e apprezzabili, “quelli di Drive In”.

Rispetto agli scorsi anni, la nuova serie iniziata in queste settimane presenta qualche novità e nessun miglioramento. È già molto, comunque, che non ci siano vistosi peggioramenti. Alcuni nuovi personaggi, se così si possono chiamare, mi sono parsi un po' sovradeterminati, più arzigogolati e astratti di quelli dei quali hanno preso il posto; e anche la clinica del dottor Beruskus risente, rispetto alla «fazenda» di Beruscao, di qualche infiltrazione e tentazione intellettualistica (in guardia, amici, in guardia!). Ma può darsi che si tratti, semplicemente, di farci l’abitudine.

I punti di forza della trasmissione continuano a essere, in ogni caso, la straordinaria «parlantina» di D'Angelo e Greggio, la loro capacità di mitragliare lo spettatore con raffiche di luoghi comuni che non sono mai veramente tali, di insensatezze che non sconfinano mai nella pura esibizione del non senso. Diciamo la verità: alcune battute o barzellette «politiche» di D'Angelo non sono affatto inferiori, per cattiveria e precisione, a certe vignette di Forattini. Ma silenzio, per carità: che non se ne accorga qualche semiologo o sociologo o filosofo in grado di mettere all'erta l'opinione pubblica...

Altro «plat de résistance», naturalmente, le magnifiche comiche di Benny Hill, più angelicamente, maniacalmente, perversamente inglesi che mai. Quanto ai numeri di ballo, acrobazia, ginnastica ed esibizioni corporali in genere hanno come sempre il pregio di durare poco e di non pretendere d'essere presi sul serio; servono semplicemente a riempire lo spazio fra una scenetta e l'altra, fra uno sproloquio e l'altro, e si interrompono sempre al momento giusto, cioè quasi subito.

Già: il segreto è proprio lì, nel ritmo, oggi come ieri. Chi voglia rendersene conto provi a guardare, come ho fatto io, a breve distanza da una puntata di Drive In, una puntata di uno spettacolo che appartiene, o almeno dovrebbe appartenere, allo stesso genere, per esempio Grand Hotel (in onda sabato sera su Canale 5).

Perché Drive In non annoia nemmeno quando non fa ridere, mentre Grand Hotel annoia (al punto da far desiderare, ed è davvero il colmo, gli intervalli pubblicitari) anche quando, per avventura, fa ridere? Ma proprio per questo: perché Drive In ci toglie le portate da sotto il naso, buone o cattive o mediocri che siano, prima che abbiamo il tempo di saziarcene o, peggio, di disgustarcene; mentre Grand Hotel ce le lascia davanti, fra tovaglioli spiegazzati, briciole di pane e macchie di sugo, finché siamo colti, fatalmente, da malinconia, ripugnanza e sopore.

Non sembra una cosa così difficile da capire e nemmeno da fare; ma, evidentemente, soltanto gli autori e i realizzatori di Drive In (primo fra tutti, suppongo, il regista Beppe Recchia) se ne sono resi conto davvero e fino in fondo.